Dopo la bonifica voluta da Pietro Leopoldo e realizzata con il contributo del "Grande Idraulico", lo straordinario Vittorio Fossombroni, la Valdichiana divenne una pianura fertile, pronta per essere lavorata e coltivata. Fu divisa in appezzamenti e su ciascuno di essi venne costruita una "casa colonica" provvista sul tetto di un colombaio, al primo piano di stanze per dormire e di una cucina, al piano terra di stalle per il bestiame, di un riparo per gli attrezzi , della cantina e del forno. All’esterno dell'abitazione , in genere, era possibile trovare uno stalletto per i maiali e il pollaio, oltre che l’aia per trebbiare il grano e conservare la paglia ed infine della concimaia. Questa struttura è sostanzialmente rimasta invariata nel tempo. Casa e campi annessi presero il nome di podere. Non era raro il caso in cui, data l’estensione delle terre da coltivare, più poderi facessero parte di una gestione unitaria affidata ad una azienda denominata fattoria. Proprietario dei poderi era in genere un unico padrone (quasi sempre sconosciuto ai contadini) che nella conduzione delle sue proprietà si avvaleva dell’opera di un fattore. Pochissimi erano proprietari di un piccolo podere. Se si fa eccezione per qualche bracciante, la maggior parte dei contadini era costituita da mezzadri , spesso sfruttati e costretti a lavorare in condizioni poco favorevoli. E’ questo il motivo per cui, a partire dai primi anni del ‘900, anche la Valdichiana fece registrare le prime lotte e rivendicazioni di tipo politico-sindacale. Poiché i poderi erano molto estesi, le famiglie patriarcali che vi abitavano erano numerose e spesso erano più di una. Un’agricoltura non meccanizzata richiedeva, in effetti, molte braccia, in particolare quelle maschili. Vangare, zappare, arare, caricare e scaricare i carri, dare il solfato di rame alle viti, falciare l’erba erano lavori duri, di una fatica oggi sconosciuta. Eppure l’uso della vanga, della zappa, dell’aratro era quasi quotidiano, o comunque si alternava ad altri attrezzi agricoli per lavori non meno pesanti. Fatta eccezione per quelli più gravosi, come la vangatura, molte delle attività nei campi venivano svolte anche dalle donne. Era normale vederle insieme ai propri uomini intente a falciare, seminare, mietere, vendemmiare e dopo occuparsi delle faccende domestiche. Uno sforzo così intenso era indispensabile anche perché i prodotti del fondo rappresentavano l’unica forma di sostentamento e spesso, specie se intervenivano calamità naturali, non erano sufficienti per soddisfare i bisogni della famiglia. La vita contadina era regolata dal ritmo delle stagioni ed alle condizioni climatiche tipiche di ogni mese. Con l’arrivo della bella stagione, in genere a maggio, iniziava il periodo più faticoso che terminava alla fine di agosto. Le lunghe giornate di luce impegnavano i contadini per 14-15 ore nei campi, tanto che data la stanchezza, si desiderava facesse buio più presto del solito. Fare il fieno, mietere il grano, trebbiare, restituire "l’opre" ai vicini, arare i campi per preparali alla nuova semina, zappare i filari delle viti, erano i lavori più duri che impegnavano tutti e coincidevano con i mesi più caldi dell’anno. Quello estivo era il periodo meno indicato per le distrazioni o feste (i matrimoni si facevano in genere a Febbraio o Aprile), c’era troppo da lavorare. Il contadino però non riposava proprio mai, né in autunno quando oltre ad occuparsi della vendemmia preparando anche la cantina doveva "scartocciare " le pannocchie di granoturco, quindi spianare il terreno e liberarlo dalle erbacce, né in inverno quando alla raccolta delle olive seguiva l’uccisione del maiale che ingrassato al massimo si trasformava in carne salata ed insaccata, né in primavera quando era già tempo di vangare ed affidare alla terra le prime sementi : orzo, avena, erba medica, lupinelle, piselli e lenticchie. | ||||||||
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