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Fino alla prima guerra mondiale,la battitura del grano era effettuata a mano. Si utilizzavano, secondo le zone, diversi sistemi. Nel fiorentino il più diffuso era quello denominato a désco, cioè i mannelli venivano uno alla volta battuti con forza sopra un’asse inclinata; altrove come nelle zone della Lucchesia si usava il solo correggiato: i mannelli venivano battuti da due bastoni di differente lunghezza. In Lunigiana e in Garfagnana bovi e vacche o cavalli trascinavano una grossa pietra facendola ripetutamente passare sopra il grano steso sull’aia. Nei primi anni del '900 vennero introdotte nei possedimenti più importanti e soprattutto in Val di Chiana grandi trebbiatrici a vapore, ma la trebbiatura meccanica era ancora un’eccezione. La trebbiatrice però, anche se arrivata in ritardo, in Toscana si diffuse con rapidità ed in modo sempre più perfezionato dal progresso scientifico e tecnico. La trebbiatura avveniva nell’aia dove veniva sistemata una bica con la caratteristica linea a pera. La trebbiatura con la macchina richiedeva che i covoni venissero introdotti nel battitore e, mentre da un lato usciva seme pulito, da quello opposto piani inclinati oscillanti portavano all’esterno paglia sciolta. Costruire un pagliaio richiedeva molta abilità poiché la paglia si doveva battere e calpestare con forche di legno. Innovazioni tecniche, quali l’abbinamento alla trebbiatrice di una scala aerea, permise di scaricare la paglia per mezzo di un nastro trasportatore. Nelle zone di maggior coltivazione si usava fare la pagliaia, cioè un pagliaio di maggiori dimensioni. Con il tempo le presse di paglia, a forma rettangolare, hanno preso il posto del pagliaio di lontana memoria. Il grano raccolto, in una regione come la Toscana, dove era diffusa la mezzadria, solo in minima parte andava al contadino. Dopo aver dato la metà del raccolto più il seme al padrone, era consuetudine che quel giorno fosse una continua questua da parte di rappresentanti dei diversi ordini religiosi e monastici presenti localmente. Nonostante ciò, il giorno della trebbiatura era un giorno speciale, quasi di festa. La fatica sembrava alleviata dalla presenza di tanti contadini che si aiutavano a vicenda e da tante massaie dedite a preparare colazione, pranzo e magari anche la cena, particolarmente ricchi per l’occasione. Affettati, "pan molle" e qualche possibile dolcetto per colazione ; “ocio” , “nane”o polli arrosto, pasta al sugo di carne per pranzo ed infine a cena, minestra in brodo accompagnata da carne di pollo o di “ocio” lessata. Il tutto annaffiato da vino e acqua a volontà. La mensa veniva imbandita, in genere, sotto la loggia ed era costituita da una lunga tavola formata con bigonci rovesciati ed allineati. Fatta la divisione del raccolto, il contadino caricava a spalla le balle di grano e depositandole nel granaio compiva l’ultima fatica relativa alla trebbiatura di quell’anno. Foto
tratte da CD "Colture & Cuture". |
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