
Nella
nostra valle, ovunque si guardi, anche in lontananza si possono scorgere case
tipiche del settecento: le case Leopoldine. Queste prendono il nome dal loro
ideatore, il Granduca Pietro Leopoldo.
Infatti le abitazioni di quello che veniva chiamato nel settecento “il
basso popolo” (contadini), non dovevano essere un granché a proposito di
comodità, sicurezza e salubrità. Lo stesso Granduca ordinò in merito un'inchiesta per sapere se le case
coloniche fossero ampie e ben ventilate, ben custodite dall'umido e dal
freddo. I risultati di questa
inchiesta furono che in tanti poderi del piano le famiglie molto numerose
spesso erano costrette a dormire tra le bestie, mescolati uomini e
donne, esposti a tutte le intemperie e soggetti quindi a gravi malattie
ed infezioni.
Questo fece decidere il Granduca a stanziare una certa somma per la costruzione
di nuove abitazioni più confortevoli. A Firenze vennero fatti dei progetti e
sorsero quindi case coloniche tutte uguali. Si fece uso dei materiali più
economici e in seguito, anche dei materiali delle vecchie
case.
Contemporaneamente si iniziarono grandi lavori di bonifica idraulica, la valle
venne risanata e la terra ampiamente coltivata. Una casa colonica tipica
dell'era della bonifica in Valdichiana, era così strutturata:
al piano
superiore c’erano le stanze abitate ed in alcune la colombaia che serviva anche da
magazzino per piccoli attrezzi, mentre sotto vi erano le stalle e la
cantina. Al
secondo piano si presentava, imponente, una grande cucina con un focolare posto ad un
gradino più alto del pavimento della casa. Questo perché vi potesse
essere messa con facilità legna, anche a pezzi grandi, per cuocere molta roba, scaldare
una gran quantità di acqua per
il bucato e il mangime per le bestie.
Il focolare, inoltre, era l’unica fonte di riscaldamento della casa e della
cucina.
All’interno di quest’ultima si trovava l’acquaio più o meno grande; sopra
di esso le “brocquéle” di rame, sotto le tinozze e il catino. Adiacenti c’erano le camere, una per famiglia (tutti insieme, padre, madre,
figli maschi e femmine). Quando non c’era la colombaia, una stanza fungeva da
magazzino, dove si metteva un letto (per persone di fuori che venivano a dare
una mano nel lavoro dei campi, per uno zio scapolo o una vedova, ecc.).
In questa stanza-ripostiglio si tenevano gli arnesi che avevano bisogno di
maggior cura: i vagli, la pala per la farina, la macchina da cucire; vi si
tenevano anche la bicicletta, i prosciutti, le salsicce, ecc.
Se non era nel loggiato, nella cucina si poteva trovare il forno: questo andava
fabbricato possibilmente con argilla mescolata allo sterco e ricoperto con uno
spessore di cenere mischiata con
"morchice" d’olio.
Con questo
procedimento terrà a lungo il caldo
e sarà
duraturo nel tempo. Il loggiato dava luce alla cucina,
vi si appendevano pomodori, granoturco, uva, saggina da seccare e vi si svolgeva
molta parte della vita familiare: le donne a cucire o a rifare i materassi, a legare
le scope, ecc.
Sotto si riparavano le bestie, quando venivano staccate dal giogo; vi si
depositavano arnesi, se ne costruivano di nuovi o si riparavano. Nella parte
inferiore del loggiato si apriva la porta della stalla che serviva solo agli
uomini; gli animali infatti, uscivano da un’altra parte. Accanto alla stalla, in
uno stanzino detto “segatoio”, si preparava il foraggio.
Non c’era stanza che non avesse un altarino: S. Antonio per proteggere le
bestie, magari in compagnia di qualche corno o fiocchetto rosso contro il
malocchio, il Crocifisso era dappertutto come il patrono ed alcune Madonne. Sul
"mettitutto", in cucina, erano esposte le fotografie della famiglia: quella del
matrimonio, del figlio soldato, le partecipazioni del morto e anche i santini.
C'è da dire che le stalle erano talora appoggiate alla casa o costruite intorno
all’aia.
Completavano il podere il granaio, il
porcile, il pollaio e le capanne
costruite da pilastri in muratura con copertura di tegole per la conservazione
del fieno e degli attrezzi agricoli.
