
L’aia serviva in
primo luogo per battervi il grano e sgranarvi i legumi, ma era anche usata per
tenervi provvisoriamente le erbe che sarebbero servite per fare i “segati”
con cui alimentare le bestie. L’aia veniva anche utilizzata per diversi altri
scopi: le sue dimensioni e la sua collocazione la facevano scegliere come luogo
ove imbandire i pranzi per le battiture, per le vendemmie e per le nozze,
durante i quali riemergeva quel fondo religioso e sacro della paganità, che
innalzava a mito ed a festa ogni dono della natura. Nell’aia, oltre che per i
lavori collettivi, ci si trovava in altri momenti di aggregazione (veglie
estive, danze, bruscelli), a cui partecipavano gli abitanti di più poderi. La
scelta del luogo in cui costruirla era un’operazione assai delicata poiché
doveva tener conto dei venti dominanti, al fine di realizzare una buona
areazione. Il principale oggetto dell’aia era il grande pagliaio. Questo era
nelle immediate vicinanze o addirittura al suo interno e veniva costruito con
molta cura, ammassando la paglia ben pressata a strati disposti attorno ad un
palo verticale.
Un’altra
cosa importante era il pozzo, dove si andava a prendere l’acqua con delle
brocche di rame. Queste erano fabbricate dall’esperto ramaio che le forgiava a
colpi di martello. In mancanza del pozzo, si cercava l’acqua al “fontino”
più vicino o si prendeva da un’altra casa colonica con botti e damigiane. Per
le bestie e per lavare si utilizzava la cisterna che raccoglieva l’acqua
piovana. Se questa non c’era, era scavata una pozza in terra.
