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Era
situata al pianterreno, nella parte
dove il sole batteva di meno.
In cantina si trovavano i tini, le tinelle, le damigiane, i barili ed a volte
anche gli ziri dell’olio. Questi ultimi però, più spesso erano custoditi in
casa. I tini erano grossi e vi si metteva l’uva a fermentare; i tinelli, di
solito a tre gambe, servivano per fare il vino bianco e l’acquarello, a base
di vinaccia e acqua. La tinella era un tino che si metteva sul carro nel periodo
della vendemmia, legato con un canapo. I
bigoni o bigonci erano posti lungo i filari per metterci l’uva e pestarla
con il “pistone” di legno. Nel periodo della svinatura il vino passava
direttamente dal tino al barile, che serviva a misurare la quantità di vino.
Una volta invecchiato, veniva versato nelle damigiane e da queste nei fiaschi.
Per il vinsanto ed il vino dolce si adoperavano
uve scelte, fatte bollire nel
tinello e travasate nel caratello.
La
vinaccia veniva trasportata con i bigoni dal tino al “primitoio”, dove con
apposite presse si stringeva ancora producendo dell’altro vino. Per pulire le
botti o le damigiane era usato lo zolfo, che si faceva sciogliere in un
pentolino, in cui poi si immergevano delle strisce di stoffa. Quando queste ne
erano imbevute, si ponevano nella botte per disinfettarla, dopo averla lavata
con acqua.
La
disinfezione era realizzata anche in questo modo: lo zolfo era messo in un
“coppo” (usato nella fabbricazione dei tetti), dove era acceso e poi posto
dentro la botte o la damigiana, che veniva subito chiusa.

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